domenica 1 luglio 2018

Cime e Pale dei Balconi


El cor

avrei voluto scagliare
il mio cuore di là della parete
con lo stesso furore della giovinezza.
ma mutato in pietra è rimasto lì
sospeso tra terra e cielo

 Sono salito al "Cor" il 30 giugno 2018. Poi ho raggiunto l'Altopiano delle Pale attraverso le creste delle Cime e delle Pale dei Cantoni.



Forcella Cesurette

Casera Campigàt

El Cor si trova in cima alla fessura, sul lato sinistro della foto, che dal nevaio sale diritta fino alla cresta. Subito di là si trova el Cor.






El Cor resta in basso alle mie spalle, sulla destra.



Cime e Pale dei Balconi (la cresta sulla destra)


Pale dei Balconi

L'Altopiano

Campo Boaro





domenica 24 giugno 2018




mi ha guardato  distratta
tronfia della sua giovinezza
passandomi accanto come soffio
profumato di primavere lontane


gli occhi però peccatori impenitenti
hanno colto l'immagine fuggevole
della bella schiena inarcata
la sua pelle ambrata offerta al sole

martedì 8 maggio 2018

E' Festa!
















Questo mio racconto lungo, è stato pubblicato nel settembre 2017 sul Libro, scritto a più mani, dedicato alla 60^  edizione della Festa dell'Uva di Verla. 
Lo pubblico sul blog per chi avrà la voglia di leggere queste mie storie frammentate, intrecciate come i una filigrana o come un sacco di iuta.




E’ FESTA



Racconti di feste attraverso gli anni

Necessaria premessa: non si tratta di cronaca, ma di viaggio tra i ricordi di Feste dell’Uva che  hanno attraversato la mia vita, dai sette ai ventitré anni. Una viaggio un po’ fantastico che si scosta dalla realtà e dove la Festa dell’uva è un pretesto per raccontare. Del resto, l’immaginario dei bambini, ma anche i ricordi della giovinezza, con gli anni si dilatano, acquistano contorni e sfumature imprecise. Una patina che li antichizza come il tempo fa su di un affresco. 


1958

       1. Marcellino
           Poco a poco calarono le ombre, qualche stella si accese nel cielo limpido. Una tiepida domenica di fine settembre spegneva uno ad uno i suoi colori. Le strade del paese, con le poche luci fioche erano deserte, quando la notte coprì ogni cosa. Tutti erano radunati nel piazzale di terra battuta dell’Oratorio. Seduti in attesa sulle panche tra i vecchi ippocastani che perdevano qualche foglia appassita. Ero seduto per terra, davanti con gli altri bambini, con la testa piegata all’insù, impaziente di assistere ad uno spettacolo che non avevo mai visto. La conclusione indimenticabile  della prima Festa dell’Uva.
Sullo sfondo grigio del muro dell’Oratorio sfarfallarono come stelle dei puntini bianchi, una musica si diffuse, mentre scorrevano delle parole. Si mossero poi come per magia le prime  immagini a raccontare la storia straordinaria di Marcellino pane e vino. 
 Nel silenzio delle scene senza musica e parlato, si udiva sopra il ronzio del proiettore, il mormorio della gente. Frate Porta, fra Pappina, il superiore, e lui, Marcellino, quel bambino fortunato che portava di nascosto il cibo a Gesù in una soffitta polverosa. Una storia commovente, da piangere. E quando alla fine Gesù scendeva dalla croce per prendere tra le braccia Marcellino per portarlo in cielo a rivedere la sua mamma, si udivano dei  singhiozzi trattenuti.  
Poi  l’ultima coda della pellicola si sfilò dal macchinario, sul muro la luce bianca traballò ancora per poco e poi di nuovo il buio. Non rimaneva che andare a letto. Tornare a casa con la testa piena di immagini e di domande da rivolgere alla mamma. Io che in quel momento mi sentivo fortunato perché la mamma ce l’avevo ancora e volevo tenermela ben stretta. Domande su Marcellino,  su Gesù e su chi gli ha levato i chiodi, e chi aveva messo la scala per farlo scendere dalla croce. Preferivo le spiegazioni semplici della mamma, alle domande di catechismo di don Carlo, che quando ti parlava vicino aveva il fiato che sapeva di tabacco.
Mi addormentai mentre mi giungevano voci lontane di canti dalle cantine dei Comaréti. Tra i portici  il suono meraviglioso di una fisarmonica e la mamma che canticchiava sottovoce, seguendo quelle note sospese “…dorme Firenze sotto il raggio della luna, ma dietro ad un balcone veglia una madonna bruna”. La festa si stava spegnendo in un canto nostalgico e nell’ultimo bicchiere di vino. 
Sentii il sonno che mi catturava con un lieve ronzio ipnotico, e poi sognai. Sognai una luce filtrare da una porta socchiusa, lassù in cima ad una scala di legno. Mi sembrava la ripida scala di casa mia, che a quei tempi era di legno, e la porta di casa era la soffitta di Marcellino. Ma io non volevo essere come Marcellino.


2. Solo per te la mia canzone vola


La sera vicino al focolare la mamma cantava spesso una canzone melanconica. Narrava di un figlio che ritornava a casa dopo un anno di lavoro, ma nella foresta fu assalito dai “masnadieri” che lo derubarono e uccisero. Quella povera  mamma  attendeva invano alla finestra il ritorno del figlio.  Quando  mi metteva a letto, chiedevo di lasciare la porta della cucina socchiusa. Volevo scorgere uno spiraglio di luce che mi facesse sentire la sua presenza e allontanasse i briganti dai miei sogni.

Rinascevano i boschi del monte Corona tagliati rudemente per scaldarsi in quegli inverni difficili. Rinasceva anche la voglia di vivere. Si stava imparando a dimenticare le sofferenze della guerra. Ma nel vivere quotidiano restava quel senso di rinuncia, di assuefazione al dolore, di ineluttabilità della morte, di chissà quali colpe da espiare e di cui rendere conto ad un padreterno lontano e severo. Marcellino desiderava persino di morire pur di rivedere la sua mamma in cielo. Quanti bambini morti per malattia e malnutrizione in quegli anni. Erano storie che facevano parte del vissuto e delle esperienze della gente. Un modo di esorcizzare le paure ma anche di ripiegarsi su se stessi e sulla propria miseria.

            Anche le canzoni esaltavano la mamma come simbolo del sacrificio e della dedizione: “Mamma sei tu la vita e per la vita non ti lascio mai più”. La ascoltavo cantare anche dalla mia mamma mentre mescolava la polenta sul fuoco e cuoceva un po’di frattaglie per fare il tonco la domenica. Mi comunicava un senso di indefinibile nostalgia, la vita stessa per me era ancora qualcosa di indefinito. Figli che crescono e mamme che imbiancano. La mamma era divenuta nei primi anni cinquanta, il simbolo del rifiorire della vita, dopo l’alta mortalità in tempo di guerra. Una mamma sacrificata, che a trent’anni era già vecchia con i capelli grigi, consumata dai troppi figli e dal lavoro dei campi. Tanti i figli da crescere. Se qualcuno moriva come Marcellino, altri crescevano più robusti.

Anche nelle aule scolastiche il senso del sacrificio, anche assoluto, era esaltato e mostrato come  necessario. Si leggevano i racconti di De Amicis. Era onorevole e decoroso che un bambino fosse mandato di vedetta in cima all’albero per tenere d’occhio l’avanzata dei nemici. Se era colpito da una palla di fucile e moriva era un eroe.  Solo un piccolo eroe. La morte di un figlio della povera gente solo una dolorosa necessità.



3. Volare

Quell’anno tutti cantavano “Volare oh oh”! Era l’anno 1958.   Anche se pochi l’avevano sentita dal vivo e ancora meno quelli che avevano potuto vedere Sanremo alla TV, tutti cantavano quella canzone. Era facile, immediata, il sogno di volare faceva parte dell’immaginario di ognuno. 
La radio era in poche case, la prima televisione solo all’albergo Concordia e al bar Acli. Le canzoni si diffondevano come un tempo si tramandavano le storie: un’onda che si propagava di bocca in bocca, acquisiva variazioni o abbellimenti a seconda dell’inventiva dei cantanti improvvisati di paese. Volare,  stava però rivoluzionando il modo di cantare. Le canzoni  di colombe bianche, fiori e fragole nel cappellino o vecchi scarponi  sembravano  vecchie e melense.  I primi urlatori stavano prendendo il posto delle voci mielose  dei tenori alla Tajoli o Consolini. Due mondi che si spintonano fra loro, fino a che uno dei due prevale.  La mamma però ogni tanto cantava ancora le sue canzoni preferite, con il vibrato della sua voce di mezzosoprano: ogni fragola un bacin d’amor ce li porta il mare. Il mare nemmeno sapevo cos’era, se non qualcosa di indefinitamente grande e azzurro. Cantando dimenticava i pensieri della famiglia ed io vedevo una distesa azzurra. 
Volare. Una canzone stava per dare idealmente l’avvio alla crescita prodigiosa degli anni sessanta. E proprio quell’anno, a fine settembre quando l’uva schiava era matura, è stata realizzata la prima Festa dell’Uva.  La Festa dell’Uva è nata  e poi si è sviluppata con il progredire della rinascita della comunità di Giovo. La spinta al cambiamento qui era più lenta. Dalle città lombarde giungeva ancora ovattata, ma si percepiva prepotente. Un modo di pensare che il momento più brutto era quasi alle spalle. 
Le strade del paese si erano liberate poco a poco della trascuratezza della miseria, le cort dei cessi in comune sulle scale si svuotavano, si liberavano le strade dai  mucchi di letame fuori dalle stalle. La nuova Pro Loco appena fondata nel promuovere la cura e l’abbellimento del paese, aveva ideato anche la Festa dell’Uva. Una festa di fine estate dal sapore pagano. Dopo la sagra della “Terza de Lui”, dopo la processione rituale dell’Assunta, era il coronamento di un duro anno di lavoro nelle campagne. 
La vendemmia era imminente. Lo scorrere del tempo, seppur inesorabile, aveva ancora la lentezza che era lo specchio di una filosofia di vita. La vendemmia sarebbe succeduta senza fretta, con reciproco aiuto tra i clan familiari, nonostante le brentàne inevitabili di ottobre. 
Al mattino presto, seguivo ancora infreddolito il passo lento del bue che tirava il carro con i due tini fissati con le funi. Lo zoccolare tranquillo degli animali, il fiato che si condensava in nuvole che svaporavano come fantasmi. Avevo tempo di osservare incuriosito l’ombra del campanile che attraversava la valle dei Molini e si allungava sui pendii di Sas, verso Palù .  Sentivo il piacevole tepore del primo sole formicolare sul collo. Spesso si vendemmiava fino alle brumàte di novembre, quando si accendeva un fuoco di sarmenti per riscaldare le mani intorpidite dal gelo del mattino.

4. La scuola
Mamma mi annunciò soddisfatta: “ Il tuo nuovo maestro sarà il maestro Carlo. Pensa che è un maestro di Verla, figlio della zia Gigia!”  A ottobre sarebbe ripresa la scuola. Avrei frequentato la seconda classe elementare. Non lo conoscevo il maestro Carlo, ma ero preso dalla novità. Anche un po’ preoccupato, abituato com’ero stato in classe prima, alla figura materna della maestra Maria Odorizzi. 
Alla messa del primo giorno di scuola, mi giravo verso il fondo della chiesa, per individuare tra i banchi chi sarebbe stato il mio maestro. Volevo capire dai tratti del volto se avesse un atteggiamento severo. Lo vidi solamente in classe, dopo la messa. Mi pareva serio, ma  quando sorrideva, sorrideva come un uomo dal cuore buono. Per dare mostra di severità,  ogni tanto tirava le orecchie al povero Alberto che aveva la colpa di essere suo nipote.  Il secondo giorno di scuola ci fece fare un disegno sulla Festa dell’Uva che era ancora nell’aria. Mi ispirai al carro vincitore:  La Terra promessa”. Disegnai un grande grappolo d’uva  ed un barbuto profeta  con un bastone ricurvo. 
Con la fine della guerra era stata costruita la nuova scuola elementare nella piazza davanti all’albergo Concordia. Pareva incredibile che a riscaldare le aule fossero dei pesanti blocchi di ghisa, nei quali non si vedeva bruciare il fuoco. Il maestro spiegò che in cantina c’era una caldaia che, come un’enorme focolare, riscaldava una grande quantità d’acqua. L’acqua calda poi girava tra tubazioni e radiatori e così riscaldava l’aria dell’aula. Una cosa inverosimile, senza vedere la fiamma del fuoco acceso. Ma quando scendevo nei sotterranei, osservavo le tubature passare sul soffitto. Se la porta era aperta, udivo il ruggito di quella misteriosa caldaia e intravedevo baluginare la luce di un grande fuoco. Un drago nascosto in agguato.
Nei sotterranei si teneva anche la refezione scolastica. La mia mamma quell’anno era la cuoca, così poteva arrotondare le entrate di casa. Si mangiava, cercando di non parlare troppo forte, su dei lunghi tavoli. Attraverso le finestre alte a filo del soffitto, si vedeva già qualche bambino che avendo  mangiato a casa in tutta fretta, ora   poteva giocare nel piazzale. Per me mangiare era un tormento ed era pure una sofferenza per la mamma farmi mangiare. Se perdeva la pazienza mi scuoteva forte sibilandomi all’orecchio: Valà che a diciotto anni andrai anche tu come tutti a far el soldà.  Ma anche quella previsione, come  tante altre non si realizzò. Negli anni dell’infanzia non sapevo cos’era la fame, visto che mangiavo il minimo indispensabile. Alla refezione piluccavo qualcosa più che altro per imitazione dei compagni. I maestri seduti al tavolo in cima alla sala, a mangiare la stessa minestra e le medesime patate. La pastasciutta era ancora lontana e anche la bistecca era cosa da ricchi.
Finiva la refezione e finalmente si poteva uscire nel cortile a giocare fino alle due, ora della ripresa della scuola. Un cortiletto di terra battuta,  tra le case e le recinzioni degli orti dove ad aprile seminavano l’insalata, e dove spesso finiva la palla a rimbalzare sul prezzemolo.


        5. La campana suonava alle undici

La scuola seguiva il ritmo di vita del paese. Tutti si alzavano all’alba. C’erano gli animali da governare nella stalla, prima di andare nei campi. Alle sette la messa per donne e scolari. Nella navata semibuia, gelida nelle mattine d’inverno, non si udiva che il borbottio di don Carlo, volto di spalle di là della balaustra. Slatinava formule misteriose, alle quali solo i due chierichetti rispondevano con una cantilena di parole incomprensibili.  Tutti in ginocchio chini sul banco con le mani raccolte. Anche i vecchi che andavano tardi in campagna, brontolavano le loro devozioni negli ultimi banchi, col cappello posato di fianco. Qualcuno masticava un grumo di tabacco  appoggiato all’acquasantiera o al muro,  dove  dei cartelli scritti in caratteri gotici ammonivano: “vietato sputare per terra”. Le donne con la testa coperta da un velo bianco, gli scolari si accostavano in fila alla comunione. Un tramestio frettoloso, senza canti, che precedeva il ritorno alle nomali attività. C’era già chi in fondo si segnava la fronte con l’acquasanta e ritornava al lavoro sospeso. 
Il lavoro dei campi prendeva gran parte della giornata. Ma alle undici la campana della chiesa suonava l’ora del pranzo. Tutti tornavano a casa per sedersi a tavola. D’estate dalle porte aperte sulla piazzetta si diffondeva il fumo profumato della polenta. Scendevo alla fontana dove l’acqua scrosciava senza tregua, a prendere una bottiglia d’acqua fresca. Mettevo una bustina di Alberani  che la rendeva frizzante, chiudevo in fretta il tappo. Mi piaceva lo scoppio che faceva quando, con cautela l’aprivo. Si era poveri ma l’ora del pasto attorno alla tavola era di rito. 
Spesso ero a Palù dai nonni. Una cucina spaziosa con un grande focolare sempre acceso. Tutti riuniti a mangiare su panche e sedie di legno, dai nonni ai bambini, ad ascoltare senza interrompere i discorsi dei grandi e apprendere rudimenti di vita.  Dalla finestra aperta ascoltavo la donna canterina della casa di fronte, che modulava a suo modo quella nuova canzone ascoltata alla radio. Per imitazione la stavo già canticchiando anch’io con parole tutte mie.
Mangiare alle undici in quegli anni aveva la sua logica nel ritmo di vita del paese: l’inverno si poteva andare in campagna per la potatura nelle ore più calde del primo pomeriggio. L’estate invece si evitavano le ore torride del mezzogiorno. 
La scuola poi riprendeva dalle due fino alle quattro. Dopo aver mangiato in fretta, nelle tre ore di intervallo c’era il tempo di qualche avventura alle Bèrte, o di giocare agli indiani nelle piccole radure dei Boscàti. C’era anche chi tra i più grandi, nell’intervallo della scuola, andava in campagna o portava la mucca al pascolo. 
In quelle brevi giornate d’inverno usciti in fretta da scuola alle quattro, c’era appena il tempo di una corsa fino ai Boscàti. Ritornavo quando il freddo si faceva intenso e vedevo dalla strada la luce fioca della cucina. Immaginavo la mamma affaccendata attorno al calore del focolare e papà seduto al tavolo di ritorno dal Molìn. Dalle stalle usciva un quieto tepore con il brùgere della mucca che aveva le mammelle gonfie di latte. Quando calava la notte era l’ora della minestra e qualche uovo delle nostre due galline. 
In cucina, appesa allo stesso chiodo del quadro della Sacra Famiglia, a coprire il giglio fiorito di S. Giuseppe,  un grappolo di uva regina color giallo oro, ormai appassito. L’avrei mangiato la sera di santa Lucia, quando avrei ascoltato impaurito i rumori per la strada che annunciavano l’arrivo della santa che giungeva con l’asino e qualche piccolo dono. Magari una  storia intorno al focolare e poi a letto. Chissà, forse nella notte sarebbe caduta la neve. I giorni accorciavano sempre più, giungeva lentamente sant’Andrea, a condurre per mano l’inverno col suo pesante tabarro.


6. Sant’Andrea co’ la so’ famèa

"Ma chi è tuo padre"? Al vecchietto del paese che mi aveva perso di vista durante la crescita rispondevo: “ El Cèncio Molinar”. Per l’usanza dei paese di accorciare e storpiare i nomi mio padre Vincenzo era detto Cèncio. Un po’ me ne vergognavo di quel nome. “Ah!” – riprendeva per collocarmi in un quadro familiare preciso-  “Allora tua madre  l’è la Mariòta dei Andreòti da Palù”. Anche Mariòta non mi piaceva. Era ben più dolce  Maria il nome della Madonna! Ma così era nel paese. Mia mamma Maria era la Mariòta, ed io ero figlio del Cencio Molinàr e della Mariòta.

          La sorella di mia madre di nome era Cecilia ma in famiglia era la zia Cìla.  Pure lei come mia madre aveva il nome abbreviato e anche lei aveva sposato uno di Mosana di nome Vincenzo, ovviamente detto Cencio. Mia nonna Carmela era donna saggia e arguta e con due Cenci per generi soleva dire: “le mie figlie hanno raccattato tute le sdràce del Comùn .

          Quella dei Andreòti era antica famiglia di Palù, soprannominata così perché da diverse generazioni battezzava il primogenito maschio col nome dell’apostolo, terzo per importanza dopo Pietro e Paolo. Anch’io sono stato battezzato Andrea, pur essendo figlio di una donna della discendenza Andreòta e sono stato l’ultimo dopo generazioni a portare quel nome.  Non mi hanno mai soprannominato  Dèia, come già chiamavano mio nonno Andrea. Quelle abbreviazioni arcaiche con la mia generazione andavano scomparendo. 

          Il trenta novembre, Sant’Andrea, era grande festa per la famiglia dei Andreòti. La campagna riposava sotto la neve, il vino nella cantina era giovane. In quegli anni i granai erano pieni e la rata della vendemmia appena riscossa. Nel cameròn, in un angolo un mucchio di patate e mele da mangiare. Si cominciava a mangiare per prime quelle intaccate da qualche macchia di marcio incipiente. Nel frattempo anche quelle sane cominciavano a deperire. Il nonno però ogni tanto mi dava qualche bella mela gialla, perfettamente sana.

          Tradizione popolare considerava Sant’Andrea il giorno dell’inizio dell’inverno. Sant’Andrea co’ la so famèa, diceva il proverbio. Non so se famèa significasse fama o  una vecchia forma dialettale che sta per famiglia. La famiglia che sant’Andrea  portava con sè era fatta di fame e di freddo. C’era poi una terza “f” e sottintendeva la televisione di quel tempo. In quelle lunghe notti d’inverno a letto con le galline e dovere coniugale. 

          Ero orgoglioso del nome che mi era stato dato anche perché poco in uso in quegli anni. Della notte di Sant’Andrea conservo un felice ricordo. Rimanevo sveglio fino a tardi, ascoltavo le chiacchiere degli adulti attorno al focolare con castagne e vino caldo. Era già dicembre e presto sarebbe arrivata santa Lùzia  con l’asino e la gerla con qualche dono. Ci si accontentava di poco. Gesù bambino portava i doni solo ai bambini ricchi.




7. Il salice
Quando il vento del tardo autunno soffiava il primo nevischio,  era giunto il momento di potare i salici. Salivamo sul sentiero tra i campi, di fianco al rio fino a Peschéra. Giunti su quella tavola di terra mio padre si arrampicava sulla scala a pioli e tagliava senza pietà tutti i rami di un salice che affondava le radici in una vena d’acqua. Mentre li raccoglievo in un mazzo ordinato, seguivo con lo sguardo quella tosatura così drastica. Alla fine rimaneva il tronco contorto, nudo con gomitoli di mozziconi irti contro il livore del cielo invernale. 
Arrivava l’inverno e  la vita nel paese rallentava, seguendo il ritmo della natura. Come la natura si abbandonava al riposo dell’inverno, anche gli uomini sentivano il bisogno di lasciarsi avvolgere nel bozzolo di sonno della terra, dalla lentezza delle notti, dal rallentare della luce. 
Quando la luna era favorevole giungeva il momento di travasare il vino secondo scadenze e rituali antichi. L’occasione si prestava per un pellegrinaggio di cantina in cantina, come migratori alla ricerca delle oasi di riposo. Quel vino fatto con gli scarti dell’uva schiava era aspro e leggero, ma comunque traditore.  Ne bevevano in grande quantità. All’imbrunire giungevano i canti soffocati dal fondo delle canéve. Allora cenavo da solo con la mamma e poi lei mi metteva a letto più presto del solito. Dalla porta socchiusa della cucina ascoltavo lo sferruzzare della calza sospeso su un filo di luce fioca.
Veniva poi il momento, magari una giornata di neve o fredda di tramontana.  Papà si presentava nella piccola cucina di casa a cercare un po’ di caldo, con il grande mazzo dei rami di salice che avevamo tagliato insieme a Peschéra. Si sedeva sulla panca della legna vicino al focolare. Sforbiciava a lungo  per sfrondarli e preparare dei mazzi regolari dello spessore di una mano chiusa. Sarebbero stati utilizzato al giungere della primavera per la legatura dei tralci delle viti.
 La cucina era invasa dalle ramaglie tagliate, ammucchiate qua  e là e dall’acre profumo medicinale  dei salici. La mamma brontolava per quel disordine, ma in fondo era contenta di quella riunione straordinaria fuori dai pasti. 
Il crepitare del fuoco nel focolare, il freddo che infiorava le finestre, la presenza di mamma e papà in quei lunghi crepuscoli invernali, mi davano un appagante senso di protezione.



1959

8. La cascata dei Mariani

Seguivo il corso del rio delle Berte, camminando coi i piedi nudi nell’acqua fredda, tra i prati gialli di gelo. Un tepido pomeriggio di febbraio. Quell’inverno era stato avaro di nevicate e lo strato di brina sui ripidi prati del Montàt, dava l’illusione della neve.  Domani veniamo qui a slittarci, ci proponemmo con Alberto e Fausto. 
Raggiunto il limite dei prati il rio scorreva tra magri alberi, formando pozze e cascatelle spumeggianti. Dall’alto di una fascia di rocce colore dell’ocra precipitava la cascata dei Mariani. Seduti sui sassi ad asciugare i piedi, con il rumore dell’acqua, il paese sembrava molto lontano, avvolto nella nebbia azzurrina del fumo dei camini. Cantavo con trasporto dispiegando le braccia verso la valle: “mi sono innamorato di Marina, una ragazza mora magarina”. Non sapevo il significato di  magarina” ma così la cantavo. L’avevo sentita cantare dal Mauro Clementi Peruciàn, che frequentava l’ottava classe  con la maestra Pilati.
Grande donna, grande figura d’educatrice la maestra Pilati, che teneva in pugno le tre classi dei grandi: la sesta, la settima e l’ottava. Tra i suoi alunni alcuni pelandroni che frequentavano di malavoglia, solo per l’obbligo.  Io ero solo in seconda elementare e la classe ottava mi sembrava lontana come la luna. Quella  che pareva riposare sui pini del dos Pules,  prima di iniziare i suo cammino nel cielo fra le stelle. 
La luna era la compagna delle notti buie. Capitava che le sere tiepide di fine aprile ci si radunasse nella piazza dei Molinari. In piedi sul carro dietro la fontana  si intonava un canto di saluto alla luna che sorgeva, felici come gatti  all’ultimo tepore del crepuscolo: ...sentiam nel fitto bosco il lupo ulular. I grandi seduti nella piazzetta parlavano sommessamente guardando il cielo,  traendone auspici per le nuove semine. La notte la faccia misteriosa della luna, passava davanti alla finestra della camera e sembrava spiarmi coi suoi occhi fissi di là dei vetri, invitandomi severa al sonno. Ero in terza elementare e in quel momento la classe ottava era davvero lontana come la luna. Ma si sa che il destino non mantiene promesse scontate. Invece dell’ottava mi avrebbero aspettato gli anni del collegio. 
In quei periodo frequentavo il clan dei Peruciani. Fausto era da sempre il mio amico d’infanzia. Mauro Peruciàn invece era più grande, ma  non disdegnava la compagnia di bambini delle classi inferiori. Aveva la capacità di fare gruppo attorno a se. Lui e il fratello Carlo erano già forti nella corsa e nelle abilità sportive di quegli anni. A carnevale si andava in maschera per le case, il sabato si organizzavano rappresentazioni ad imitazione delle commedie viste all’oratorio, sfilate di carri dell’uva improvvisati.  Si organizzavano gare di corsa attorno alle strade del paese, chi aveva sentito una nuova canzone alla radio la cantava, così che gli altri la imparavano: Mauro cantava “mi sono innamorato di Marina, una ragazza mora ma carina”.  Giunse poi l’estate e in estate si andava a fare il bagno sull’Avisio.


9. La Moia del Ciòc

Mentre i grandi dopo pranzo si riposavano al riparo dalla calura, scendevamo sul greto dell’Avisio.  Il sole picchiava sodo ma l’Avisio era laggiù, in fondo alle campagne come un richiamo ineludibile. Di corsa  lungo la strada dei Campi Piani, a salti in discesa verso le Ronchìe, mettendo in fuga qualche biscia arrotolata al sole. Giù fino agli ultimi filari, dove persino le cicale tacevano stordite dal sole feroce di mezzogiorno. Le  terrazze delle Ronchìe, conservavano intatto il ricordo dei passaggi alluvionali del torrente. La terra leggera, sabbiosa, condita di piccoli ciottoli tondi.

Le coltivazioni terminavano bruscamente sulla forra dove il torrente aveva dovuto lottare  a lungo con la durezza cristallina dei porfidi per scavarsi la sua strada. Un anno per l’Avisio era solo un sospiro, i millenni brevi momenti. Il tempo un’eternità dove gli uomini sono fugaci fantasmi  affacciati alle  sue sponde.

Dal limitare dell’ ultimo campo, dove i boschi precipitavano con un ultimo balzo su rocce disgregate,  le sue acque colore di giada, erano ormai prossime e la sua voce saliva fresca dal fondo. Si scendeva un ripido sentiero e dopo gli ultimi alberi, si entrava sul greto. Subito si era avvolti dalla solennità della vita dei fiumi. Si camminava tra ciottoli levigati dall’eternità, in un mondo selvaggio, dominato dal rumore delle acque.

Dove la corrente si era accanita inutilmente contro uno spigolo di roccia più compatta, nel tentativo di eroderlo alla base, si era creata una vasca, dove l’acqua addolciva la sua forza: la Moia del Ciòc. Un ciocco d’albero morto da tempo aggrappato a una cresta di rocce. Sul bordo aveva depositato una soffice rena. L’acqua era fredda, ma c’era sempre chi per primo si buttava dentro a nuotare.

Le case del paese affacciate lassù, all’orlo più alto, sembravano remoti profili, evanescenti nella calura. Sopra i roccioni disgregati, coperti da cespugli irsuti, il lavoro dei campi scompariva nascosto da una fuga prospettica di muri, come una scala verso il cielo. Dalle cave giungeva il ticchettio  del martello sui cubetti di porfido e ogni tanto il franare dei sassi vuotati dalle bene nelle discariche. Si era immersi in un mondo lontano, dove il trascorrere del tempo perdeva ogni riferimento.

Quando l’Ora del Garda trovava la strada tra le pieghe della valle per soffiare fin sul greto e scuotere gli alberi, allora avevo timore che giungesse un improvvisa ondata di piena. Faceva parte dei pericoli che la mamma mi inculcava per scoraggiare il bagno nell’Avisio: una  piena improvvisa, l’acqua fredda che provoca congestioni, le vipere dal corno nascoste tra i sassi, i colpi di sole. Ma quando si era in quel mondo lontano tutte le raccomandazioni erano solo ombre tremolanti nella calura.

Poi le cicale risvegliavano il loro canto riportando bruscamente alla realtà. Bisognava ritornare in fretta in paese, prima del risveglio dei grandi, per andare nei campi a cavar erba tra le vigne. Sulla ripida strada verso il paese c’era qualche ciliegio da visitare, poi le peràtole o qualche vigna di uva “uésa” o perla di saba già matura.

Se poi era  domenica, come spesso accadeva,  dovevamo essere di ritorno per il canto del Vespro. Guai entrare in chiesa quando l’organo aveva già intonato il primo salmo. Don Carlo era capace di interrompere il canto. Traguardava sopra gli occhiali sbilenchi sul naso, con sguardo indagatore, chi aveva l’ardire di entrare in chiesa in ritardo. Ma l’Avisio valeva sia le ire del prete come che le sberle dei genitori.



10. La festa dell’Addolorata

Settembre già rinfrescava l’aria, mentre l’uva maturava col fresco delle notti. Finì anche la stagione delle fughe sul greto dell’Avisio. Si attendeva con impazienza la seconda Festa dell’Uva. Dopo il successo dell’anno precedente la Festa stava mettendo radici nelle tradizioni del paese. Girava qualche indiscrezione sui carri in concorso che quest’anno erano molto più numerosi. 
Giunse il giorno atteso. Tanta gente era giunta dai paesi per assistere alla sfilata dei carri. Seguiva la sfilata un giovane Tito Rossi, che svettava tra la gente, con la sua elegante camicia bianca e la sua pettinatura ondulata come gli attori del cinema. Si muoveva con sicurezza, coordinando l’ordine di sfilata, azionando i primi rudimentali meccanismi scenografici dei carri. La sua voce forte sovrastava il vociare della gente e scandiva gli avvenimenti, tra qualche battuta che gli era abituale. 
Anche quell’anno, come il precedente, con grande smacco di Verla vinse Ceola. Uno strano  carro che non mi era piaciuto,  sull’onda dei commenti negativi che sentivo nella cerchia dei pòrteghi dei Molinari. Era una sorta di monumento, fatto di figure umane immobili a creare una composizione statica dedicata all’Uva. Preferivo molto di più quelle figure barbute che raccontavano una storia della vita di Noè. Anche il carro dello scarpone mi piaceva molto. Con i miei occhi di bambino invidiavo l’Ambrogio Simonin, più piccolo di me. Con una piccola gerla piena d’uva emergeva dal collo di un’enorme scarpone che mi sembrava straordinariamente reale e perfettamente costruito. Ma c’era una giuria di esperti che aveva giudicato per la seconda volta consecutiva, il carro di Ceola come il migliore. Il più originale e innovativo. 
Tra  Palù e Verla da sempre, ma soprattutto in quegli anni c’era un’accesa rivalità, alimentata da reciproca antipatia.  La stessa antipatia, condita di scherno che c’era tra gli adulti dei due paesi, si trasmetteva per imitazione ai ragazzi. Quando tutte le scuole delle varie frazioni salivano a Masén per la Festa degli alberi, tra gli alunni più grandi dei due paesi prima erano pesanti sfottò e poi sassate. 
Palù è sempre stato un paese dalla forte personalità, che dell’unità di intenti faceva un punto di forza.  Nessuno a Palù voleva e poteva rimanere indietro. Quando i primi trattori hanno preso in campagna il posto dei buoi, a Verla ce n’erano solo due. A Palù, dove si faceva a gara per acquistarli, si era arrivati già a tredici. Questa equazione era spesso motivo di un forte scherno tra gli opposti paesi. Molto più intraprendente la gente di Palù che nella piana di Lavis aveva acquistato case e campagne. Per non dimenticare che Aldo Moser in quegli anni era un già un campione di ciclismo.  Palù si sentiva il capoluogo morale di Giovo, per capacità di organizzazione ed aggregazione. Ed era vero. Ma, si ribatteva con aria di sufficienza: il Municipio, l’ambulatorio medico erano a Verla. E pure la corriera di linea non passava per Palù. Che si rodano pure nella loro invidia.
Anche con Ville la stessa antipatia. Il soprannome di rugànti che portavano malvolentieri gli abitanti di Ville ora fa sorridere. Anzi ci si scherza su. Ma in quegli anni erano botte da orbi. Durante la processione dell’Addolorata,  la grande sagra di Ville, c’era sempre qualcuno di Verla che provocava la rissa. Faceva sporgere dalla tasca dei pantaloni una pannocchia di granturco, o qualche altro alimento di cui i maiali vanno golosi. A volte tra un’avemaria e l’altra si udiva un grugnito da suino, che di dove venisse non si sapeva. La Madonna intanto procedeva traballante nelle strade del paese, con davanti le donne coperte col velo come delle  musulmane, dietro il coro e  tutti i preti del Comune che slatinàvano, riuniti per quella celebrazione votiva. Gli uomini in fondo al corteo col cappello in mano, cominciavano a spintonarsi e mostrandosi i pugni si promettevano vendetta, dopo la processione.
  Palù e Ville in quei primi anni hanno guardato alla Festa dell’uva con aria di sufficienza, disdegnando la partecipazione alla sfilata dei carri. Fu così che la rivalità si trasferì tra le frazioni di Verla e Ceola. Prese vigore soprattutto nella gara di allestimento dei carri allegorici. Non era una rivalità  invidiosa come quella tra Verla e Palù, o becera come quella con Ville. 
Ceola ha avuto fin da subito una vena artistica nella scelta dei temi dei suoi carri. La loro originalità disdegnava la reinterpretazione di  temi biblici scontati o della romanità suggerita dai Colossal cinematografici che piacevano in quegli anni. I Ceolàni hanno quell’aria un po’ snob, a volte saputella per cui devono sempre avere l’ultima parola in ogni discorso. Ma è’ stata la creatività che ha sempre caratterizzato i carri di Ceola  ad alimentare e far crescere la qualità della sfilata della Festa dell’Uva.




1960

11. La pietra focaia

Seduti sul muretto fuori dal bar Acli, attendevamo pazienti che la signora del bar accendesse la TV. Alla TV dei Ragazzi trasmettevano le avventure del cane Rintintin e del sergente Rusty. Se quel giorno eravamo fortunati le potevamo seguire nella saletta del bar con gli occhi incollati al piccolo schermo, posto su una piattaforma in alto sul muro. 
Poi, nelle piccole radure dei Boscàti, giocavamo anche noi ad indiani e cauboi,  per imitare quel bambino fortunato che combatteva contro gli indiani. Quando gli indiani vincevano, accendevano qualche piccolo fuoco di sterpi con i fiammiferi rubati a casa. Quella volta non riuscivamo più a spegnere il fuoco che si stava già propagando ai prati secchi. Accorsero allora due uomini dai campi vicini, che avevano visto levarsi il fumo. Riuscirono a spegnere le fiamme, mentre noi coraggiosi cauboi ci eravamo dati alla fuga. Ma la cosa si seppe in paese e giunse alle orecchio della mamma.
Così  quelle sere prima di dormire, papà mi raccontava di fuochi e incendi. Le case tanti anni fa avevano il tetto di paglia – mi diceva. Se una casa prendeva fuoco per una disattenzione bruciava l’intero paese. E narrava di interi boschi che ardevano con le fiamme fino al cielo. Tutto per un focherello fatto per gioco, se  prendeva  a soffiare forte il vento. Mi stava inculcando il giusto timore del fuoco.  Mi invitava a non frequentare compagni più grandi che rubavano i fiammiferi per accendere fuochi.
Nelle soffitte di allora era ammucchiato il fieno per le bestie della stalla. Quintali di legna erano stipati a seccare sotto le travature e i tavolati del tetto. Il focolare in cucina era  sempre acceso, anche d’estate per fare la polenta. Le canne fumarie di sassi rudimentali trovavano strada tra le travi dei solai. A volte se non c’era altra soluzione qualche trave era conglobato nella canna fumaria. Non si poteva scherzare col fuoco.
Una sera, all’imbrunire, tornando dal lavoro, papà s’era seduto in cucina, e dal prosàc aperto sulle ginocchia, aveva tirato fuori con aria misteriosa un oggetto nascosto nella mano. “Questo l’è el Batifòc! mi disse, aprendo la mano. Con questa pietra gli indiani accendono il fuoco davanti alla tenda”. Ricordo ancora quel sasso dalla forma levigata. Era probabilmente un sasso qualsiasi, anche se attraversato da una straordinaria venatura di giallo vivo. Non riuscii mai ad accendere un focherello con quella pietra focaia, nonostante l’avessi sfregato fino ad aver male ai polsi. 
Dopo quei racconti, nelle notti d’inverno quando la tramontana gemeva tra i tetti, controllavo che la fiamma nel focolare fosse ben spenta prima di andare a letto. Nella camera fredda, mi coprivo con le coperte fin sopra le orecchie con la scaldina tra i piedi. Prima di cadere nel sonno, ascoltavo l’urlo del vento come in un’astronave alla deriva. Viaggiavo come la cagnetta Laika attorno alla terra, ai margini dello spazio profondo. Chissà, forse nella notte cadrà la neve, pensavo, e domani si potrà andare a slittarsi. Al mattino però, al risveglio, il cielo era limpido, terso come un cristallo, il terreno duro di gelo e la brina luccicava sui prati. Sui vetri della camera il ghiaccio aveva disegnato fiori effimeri.


12. La carnèra

Quella pietra venata di giallo papà me l’aveva portata  dai Canopi, dove lavorava con la TOT alla selciatura della strada che dalle Acque porta verso la Maderlina, sui versanti nord dei boschi di Giovo. Da qualche tempo partiva all’alba, a piedi fin là per lavorare alla sistemazione delle strade boschive del Comune. 
Dopo la guerra,  con il progredire degli anni, la coltivazione dei campi per chi ne aveva pochi, non bastava più a vivere, né a far fronte alle nuove necessità utili a migliorare il  tenore di vita. Una fortuna  quei lavori per papà e tanti come lui che non potevano più vivere solo della vendemmia  Qualche strada frutto di quei lavori è rimasta,  ormai vecchia e malandata. Se si cammina da Masén verso i Canopi e la Maderlìna,  quelle grosse pietre irregolari possono raccontare ancora storie di fatiche. 
La vera svolta però a Giovo come nella Valle, si ebbe con il mercato del porfido. Le prime cave diedero lavoro a tanti che si erano da poco sposati e con un lavoro potevano guardare con serenità alla vita. Venne dalla ricca Emilia Romagna il sig. Romeo Rosi, un imprenditore che aveva intuito la potenzialità del porfido. A Verla e Ceola, aveva creato un impresa per estrarre e lavorare il porfido dalle cave sui  bassi boschi sopra l’Avisio. Il lavoro era duro ma la paga assicurata.
A volte terminata una giornata faticosa in cava, gli uomini dovevano caricare a forza di braccia, con le forche che si usavano per il brascàto, i cubetti di porfido sulla carnèra. Era già l’imbrunire quando la carnèra partiva con il carico ammonticchiato alto sopra le sponde. Scendeva verso Lavis lenta, con i fari che sparivano e riapparivano  nelle curve. La si sentiva ansimare e sbuffare fino lontano, come un mostro nero che scompare nella tana della notte.
Dopo qualche anno la concorrenza con il porfido di qualità superiore estratto ad Albiano, non resse il confronto con quello della nostra sponda. Non v’era più convenienza. Il sig. Romeo Rosi, ormai chiamato con molta familiarità da tutti el Modena, tornò a nella sua Emilia. Chi ha vissuto in quegli anni ricorda quell’uomo generoso e gioviale, la cadenza pittoresca del suo linguaggio. Soprattutto la sua passione nel partecipare alla sfilata della Festa dell’Uva. Dava l’incarico ad alcuni uomini abili artigiani che lavoravano nelle sua cava, di allestire un carro e non lesinava il finanziamento.  La vinse per qualche anno. Lo ricordo camminare con gli occhiali da sole durante la sfilata  e poi offrire da bere per festeggiare la vittoria. 
All’incombere della notte, il Modena si aggirava come un papa benedicente tra i tavoli di legno improvvisati, dove gli uomini giocavano alla morra.  Picchiavano i pugni con foga, urlando i numeri nel gergo del gioco: cic! cià! ciaccialàto! sèteesetànta! tutaquanta!  Il pugno del Ciàno sanguinava al continuo battere e ribattere  sul tavolo, ma non se ne curava, tutto preso dalla foga del gioco. In piedi con in mano il bicchiere, il Mentòn intonava un canto col Gino e il Màno. La sua potente voce di basso sovrastava il coro: “siamo come le vedette sempre pronti sule vette e sul confin.” Solo, in disparte, con gli occhi persi nel fondo rosso del bicchiere, era seduto il Bedòna. Con una mano sulla bocca e l’altra sull’orecchio parlava al telefono con i carabinieri, già preda dei fantasmi del delirium tremens. Non v’erano donne tra i tavoli. Solo uomini e bambini di varie età che sgusciavano qui e là a osservare i riti di gioco degli adulti. Tanti personaggi, reduci dagli strascichi dolorosi della guerra e della fame popolavano le sagre e le feste di paese in quegli anni. Alla fine della festa andavano a fondo nel loro bi cchiere di rosso  per un breve sonno d’oblio. 


1961

13. Va pensiero

In quarta e quinta insegnava il maestro Camillo Moser, figura severa, autorevole, quasi ieratica, che guardavo con timore riverente fin dalla prima elementare. Fu con titubanza che entrai in classe il primo giorno di scuola in quarta elementare. 
Ben presto il timore si stemperò nella vita di classe. Il maestro Camillo aveva un modo di insegnare la storia così immediato che non ho mai dimenticato il risorgimento con le trame di Camillo Benso conte di Cavour, che come diceva, con quegli occhiali mi assomiglia un po’, né il Re Tentenna o le battaglie di Solferino e San Martino. 
 “Vieni tu piccoletto alla lavagna”, mi diceva. E mentre col gesso scrivevo i numeri di un operazione matematica, per tenere viva l’attenzione della classe il maestro diceva: “Ecco, vedete, Andrea per esempio ha le mani lunghe da pianista. Questa osservazione mi riempiva di orgoglio e  mi è rimasta impressa nella mente. Ancora oggi  con soddisfazione personale mi diletto a suonare il pianoforte. 
Se qualcuno alla lavagna faceva scena muta, “Valà valà, pezzo d’asino- sentenziava- va al posto, prima  alza la coda e poi siediti”. La scuola  cominciava ad andargli stretta per la sua inclinazione e ambizione. Era già il Maestro Camillo Moser, diplomato in pianoforte proprio quell’anno, e stava studiando per il diploma di  musica corale e composizione.  Di lì a qualche anno sarebbe divenuto docente di Conservatorio e musicista autorevole. Amava molto lo studio della voce umana, componeva musica corale.  In classe quando insegnava il canto, ascoltava attentamente le nostre voci, se mai  in qualcuno fosse latente la scintilla dell’arte. Quando lui cantava per insegnarci una nuova canzone, restavo incantato dal vibrato della su voce di tenore lirico.
  Verso la fine dell’anno scolastico, con la sua Lambretta, la maestra Pilati seduta sul sellino posteriore, portò a scuola il suo grammofono. Nei mesi precedenti aveva preparato con sapienza quel momento, parlando dell’Aida , del Va Pensiero, della musica di Giuseppe Verdi. Verdi che componeva opere liriche che duravano anche quattro ore. Quattro ore sembravano un’eternità se paragonate alla durata delle canzoni che si cantavano a scuola. Come si farà a comporre musica così lunga, mi chiedevo.
Quel giorno entrò il classe, pose sulla cattedra il giradischi, di fianco sistemò con cura  i dischi. Fece la lezione, chiamò alla lavagna, ma con minore severità del solito. Poi dopo la ricreazione delle dieci  apri quella magica cassa. Con estrema cura estrasse dalla custodia un disco nero e lo pose sul piatto che girava. Nel silenzio profondo della classe, si elevarono come per magia le note di un canto solenne, accorato di nostalgia.  Il “Va pensiero” mi stava portando sulle ali dorate di una musica struggente, della quale intuivo la potente ispirazione che la muoveva. Conservo un ricordo così vivido di quel momento che se chiudo gli occhi, risento quella musica accorata e solenne, che ha dato una piccola impronta alla mia vita.

14. Il Modena

Giunse l’estate a culminare l’ultimo anno di fanciullezza spensierata, di libertà per i vicoli di Verla. Girovagare per i prati, le Berte e la lontana cascata dei Mariani, i Boscàti ancora misteriosi, i bagni nell’Avisio. Sarebbe presto cominciata una tappa più  impegnativa della vita. Per me e per tanti della mia classe ci aspettava il collegio. Un giovane prete dal sorriso sincero  era passato da casa. Mi aveva prospettato una vita più interessante in collegio, dove si studiava, ma anche si giocava in un grande piazzale con tanti bambini. Poi mi aveva inviato una lettera “solo per me”, come scritto nelle premesse, che mi aveva lusingato, per invitarmi ad accettare quella  nuova vita. La mamma ci aveva messo del suo convincendomi che  in collegio c’era una stanza piena di palloni che bastava prendere e giocare. E le donne del paese sentenziavano con lei: Va prete  e si salva l’anima e anche il filo della schiena.
Quell’autunno chi in seminario, chi dai Comboniani, chi a Susà, altri dai frati, tanti della mia classe sarebbero andati a studiare in collegio. Io unico di Verla, avrei frequentato la quinta elementare a Casa del S. Cuore, presso i Dehoniani. Eravamo oltre duecento nuove vocazioni quell’autunno in Via Chini 2, a Trento.
Prima di partire potei assistere alla terza Festa dell’Uva, con un po’ di tristezza nel cuore. Quella sottile nostalgia che prende quando si sa che dopo la festa bisogna lasciare le proprie sicurezze. Dalla Romagna, dai luoghi di Romeo Rosi, detto il Modena, venne un pullman a visitare il paese. Si schierò poi sulla strada, ad assistere alla sfilata e a sostenere il carro che il sig. Rosi, primo imprenditore e mecenate a Verla, aveva sponsorizzato.  Il Modena era ormai come uno del paese. Era orgoglioso di quella manifestazione, nella quale ci metteva il cuore e avrebbe poi sponsorizzato negli anni della sua permanenza a Verla.  
Quell’anno come un segno del destino vinse proprio il carro del gruppo Modena. Ceola subì il primo smacco di altri poi a venire, finche il Modena fu autorevole mecenate della festa. Il tema del carro che vinse era conosciuto al punto che quella storia me la ripeteva da sempre la mamma, quando a tavola lasciavo qualcosa nel piatto. “Gesù – mi raccontava – una volta ha visto un grano d’uva per terra in una bovaccia. E’ sceso dall’asino, lo ha raccolto e lo ha mangiato. Non bisogna mai  buttare il cibo perché è un dono di Dio.” 
Nulla andava sprecato, questa era la filosofia fondamentale di vita in quegli anni  poveri.  Il carro di Ceola era più artistico, però la giuria  premiò quel tema popolare. Forse anche per riconoscenza al Modena e quale omaggio alla gente dell’ Emilia giunta sin lì per assistere alla Festa dell’Uva.



1962

15. Tutti in collegio

In Collegio andai con negli occhi un’ immagine che accompagnò i miei pensieri per qualche tempo. Alla sfilata della Festa dell’Uva, su di un carro era seduta sotto un baldacchino come una regina su di un trono la Carla, bellissima, bruna come un grappolo d’uva  matura. Rappresentava l’uva schiava, “La Regina” dei vigneti della valle. Così bella da togliere il fiato, anche ai miei occhi ancora privi malizia. Eppure intuivo che nella vita c’era qualcosa oltre la mera contemplazione della bellezza. 
Mi consolava pensare che almeno la metà dei compagni che erano con me in quarta con il maestro Camillo, ad ottobre erano partiti con una valigia di cartone per il collegio. I primi tempi la nostalgia di casa, la libertà degli spazi aperti mi struggeva. Sarei stato disposto anche a zappare le vigne pur di tornare al paese. Le promesse di giochi nel piazzale e di camere piene di palloni si rivelarono naturalmente solo promesse. Ma la lontananza da casa mi fece perdonare quella piccola bugia.  Comprendevo già quando una promessa diventa per necessità una mezza bugia.
 Alzarsi alle sei, la messa ogni giorno, colazione con quel latte pieno di tela e poi lo studio che occupava tutta la giornata. Una fatica tremenda restare seduto per ore nello studio i primi tempi. Solo qualche piccolo spazio era riservato ai giochi. La passeggiata del mercoledì fino in Gocciadoro, dove vedevo qualche coppietta andare sottobraccio bisbigliando parole come in confessione. 
Una volta al mese si assisteva alla proiezione di un film. Non ero seduto per terra come quando avevo visto con lo stupore della prima volta Marcellino Pane e vino, ma sulle sedie d’un teatro che si alzavano e abbassavano. C’’era anche il pianoforte dove si cantavano le operette per la festa annuale dei genitori.  Erano i tempi di Don Camillo e Peppone. Serie di film che poi ho rivisto altre cento volte, con gli stessi occhi di allora. Anche ora se li rivedo, li assaporo con rimpianto, pensando a quando la vita in quegli anni era magari più dura, ma gli ideali più limpidi.
In classe quinta, dovetti lottare a lungo con lo studio dell’analisi logica e grammaticale. Appresi i meccanismi complicati appena in tempo per essere poi in grado in prima media, di imparare le declinazioni di latino. Leggemmo tutti i 24 canti dell’Iliade.  Immaginavo in un alone soffuso e lontano la bellezza della Carla sul carro alla sfilata della festa dell’Uva. La paragonavo a quella di Elena per la quale si combatteva da dieci anni sotto le mura di Ilio. Mi appassionai così tanto alle battaglie tra gli Achei ei Troiani così perseguitati dal fato. La morte di Ettore mi commuoveva fino a soffrire per quel destino ineluttabile. Disprezzavo Achille che aveva il favore di tutti gli Dei. Poi in seconda si studiò tutta l’Odissea. Ma Ulisse, quello scaltro profittatore, non m’è mai piaciuto. Divorai tutte le storie degli eroi dei miti greci. In terza media  tutta l’Eneide e le cruente battaglie tra Rutuli e Latini.
In luglio era concesso  un periodo di vacanza a casa. Il ritorno al paese non aveva più lo stesso sapore.  Tutti gli amici delle avventure ai Boscàti e alle Berte ormai dispersi. Non potevo più vedere la sfilata della Festa dell’Uva perché a settembre ero già nelle aule del Collegio. La mamma però mi scriveva. Mi teneva informato su chi aveva vinto la sfilata dei carri. Vinceva sempre il gruppo Modena in quei miei primi anni lontano dal paese.
 Poi mi ritrovai, alle soglie dell’adolescenza, con poca convinzione a Padova a frequentare la quarta ginnasio. Studiare l’Orlando Furioso mi era meno congeniale dell’Iliade. Cominciai però a scrivere qualche poesia ispirato dai primi languori dell’adolescenza. 
Facevo anche parte di una squadra per la partita del sabato pomeriggio, ma non ero dotato né come terzino e ancor meno come attaccante. Mi rifugiai allora nei seminterrati dove, in stanzette da due metri per uno, v’erano degli harmonium. Mi dedicai con passione allo studio della tastiera. 
Quando ho abbandonato il collegio, dopo il primo senso di rivalsa e rigetto,  sono stato poi grato a quegli anni che mi hanno dato molto. Per l’amore per la letteratura che ho appreso, e soprattutto la passione per la musica che ho sempre coltivato. La suggestione dei castelli di canne d’argento degli organi che ammiravo nelle chiese mi avrebbe accompagnato tutta la vita.



1967

       16. L’ultimo carico di fieno

Le funi della “Direttissima” della Paganella disegnavano scie luminose nel controluce del tramonto. Un balzo prodigioso di quasi duemila metri portava in otto minuti fin sulla cima. Vedevo la cabina  rimpicciolire contro le rocce grigie, mentre saliva oltre il secondo pilone.  L’altra cabina ingrandiva a vista d’occhio, scendendo ancora alta sopra l’Adige.  Son rimasto  a guardare, come facevo da bambino quel prodigio, col mento appoggiato al manico della forca piantata in terra. Quell’estate mi sentivo liberato dal peso di una decisione presa. Ero a casa. Ad agosto non sarei più ritornato in collegio.
 La funivia scomparve  piano nella stazione d’arrivo della cima, affacciata sull’abisso. Il carico di fieno dell’ultimo trattore era quasi ultimato. I violenti soffi dell’Ora del Garda portavano lontano le paglie strappate alle forche alzate verso il carico. Tutto sembrava come prima nella piana di Lavis. Come quando venivo da bambino e guardavo affascinato la muraglia rocciosa della Paganella. Ma volgendo intorno lo sguardo, di là del prato e della vanégia  di granturco, nulla era più come prima. Erano cresciuti intorno i capannoni delle fabbriche.  La piana di Lavis verde e ventosa, sarebbe stata soffocata negli anni a venire da un disordine di capannoni, di strade e autostrade. La foce dell’Avisio così solenne, tormentata da un intreccio di piloni e dal rimbombo degli autoarticolati sui viadotti. 
Durante i cinque anni passati in collegio la vita  aveva subito in paese un mutamento tale che, solo considerandolo ora, a distanza di anni se ne comprende la portata. Tanti, compreso mio padre avevano trovato lavoro in quelle fabbriche a Lavis. Il livello della vita era migliorato di molto. Più soldi nelle tasche, anche se nessuno si era ancora montato la testa. La campagna un tempo fonte di sostentamento si apprestava a divenire hobby del sabato. O ad essere invasa dal cemento com’è successo nella fertile piana di Lavis. 
Quello era l’ultimo carico di fieno. L’anno successivo gli zii di Palù, avrebbero venduto le mucche e si sarebbero trasferiti a Lavis. 
Quell’estate, i lavori dei campi, le ultime fienagioni le ho accettate come una punizione provvisoria per l’abbandono del collegio.  Ma ad ottobre mi trovai come tanti della mia età a Trento, a frequentare le scuole superiori. Il lavoro in età giovanile stava scomparendo. Nasceva l’esigenza di apprendere un mestiere o studiare una professione per migliorare il livello di vita. 
L’ultima domenica di settembre, dopo anni di assenza, rividi la sfilata dei carri. Era nata quando ero bambino ed era cresciuta come me negli anni. Si era già al decennale della festa dell’uva. Un carro celebrava l’avvenimento. Dieci ragazze una per ogni anno sui dieci gradini di una scala. Guardavo con un interesse nuovo quelle ragazze che mi sembravano particolarmente belle. Ora però le ragazze che numerose fanno coreografia alla sfilata della Festa dell’Uva di questi anni, sono ben più avvenenti di allora. Così belle, alte, truccate come dive. Sono il frutto dell’evoluzione di questi tempi tormentati.



1971



         17. Un viaggio



Quando si è giovani le estati sembrano eterne. E quell’estate dell’anno millenovecentosettantuno appena iniziata prometteva una lunga eternità. 

        All’imbrunire di una giornata prossima al solstizio, la luce del sole morente tingeva di rosso le alte vetrate del palazzetto della Mostra di Brescia. Migliaia di ragazzi assiepati, in attesa paziente, gli  occhi rivolti all’enorme palco. Su di esso un ronfare di grandi amplificatori con la spia rossa accesa, come occhi di mostri incatenati. La Fender Stratocaster, il basso Fender nero appoggiati alle grandi casse, la batteria color argento. A destra di profilo l’organo Hammond con un,altra tastiera sovrapposta. 

        Un grande gong dorato in fondo al palco come sull’entrata di un tempio orientale, misterioso strumento dei riti esoterici della psichedelìa. Ha brillato come di luce propria quando ha catturato l’ultimo raggio del sole prima che le ombre rendessero la platea una massa informe e pulsante.

        Allora un suono si generò come dalla terra, sempre più forte, avvolgente, la vibrazione  profonda  di “mi” come di pedale d’organo che roteava e cresceva. Quando il suono raggiunse l’apice fu sopraffatto da un  rombo  di pale d’elicottero. Tutti si volsero verso le vetrate con apprensione, ma fu in quel momento  che un muro di suono si materializzò e tutti furono immobili con gli occhi puntati sui musicisti sul palco. Figure ascetiche immobili al loro strumento, se non per i lunghi capelli agitati da chissà quale vento d'ispirazione.

        Intuivo le sonorità di quel brano che mi pareva di conoscere, ma fu solo quando il suono dell’hammond di Richard Wright emerse dall’ultimo accordo e iniziò l’arpeggio inconfondibile che lo riconobbi con certezza. Poi Dave Gilmour appoggiò le limpide note della sua chitarra sul liquido tappeto dell'hammond. Il colpo di cassa di Mason, il basso profondo di Waters come un cuore che pulsava regolare  sul mio diaframma ed io ero rapito in un viaggio attraversavo le distese di Atom Hearth Mother.
                Di ritorno verso casa nella calda notte estiva, le sponde del lago di Garda erano piene di vita. Ad un chiosco ci siamo fermati per una fetta d’anguria e una bibita parlando di musica, ancora scossi noi poveri musicanti di provincia. 
“Ore piccole ma felici” diceva Rolando indimenticato amico, che con orgoglio si diceva nostro “menager e… tut quànt”.  Era lui che  ci portava in giro in quegli anni con il suo maggiolino verde. Ed è stato solo grazie a lui che abbiamo potuto suonare in quel primo periodo.
Nessuna fretta di ritornare a casa. Incuranti della notte che riluceva ancora di stelle ma camminava già verso un nuovo giorno. L’estate intorno pulsava densa di promesse ed era lontana ogni tristezza e preoccupazione del futuro. Del resto anch'io suonavo in un gruppo rock.



1974

        18. E’ Festa

Aveva quella faccia da eterno ragazzo, tale da ispirare immediata simpatia. Simone Dall’Agnol era tornato dal Belgio con la famiglia. Tutti lo chiamavano Simòn, come lo chiamava la signora Bruna, sua moglie. Solo Lei però aveva quel musicale accento francese acquisito negli anni passati in Belgio.  Quando divenne presidente si dedicò con grande passione all’organizzazione della festa dell’Uva. Era convinto che la sfilata dei carri non bastasse più alla Festa. Ci voleva un concatenamento di eventi che facessero da preludio, cornice e finale al momento della sfilata. Simòn organizzò la festa dapprima su due giorni, poi fece in modo che iniziasse il venerdì sera. Concesse  spazio ai giovani chiamando gruppi Rock a suonare su un vero palco.
La sua intuizione rigenerò e  rinvigorì un avvenimento che languiva in un ripetersi sempre uguale. La Festa si avviò a divenire un evento di grande attrazione com’è poi divenuta in questi anni. Quelle di quegli anni però furono per me le più belle Feste dell’Uva. Ma è la giovinezza che parla, quella che allora pompava  nelle vene. 
Quella  fu un’estate densa di avvenimenti, da ricordare. Ora so con certezza che fu anche l’ultima estate di gioventù bruciata, prima di arrendersi alla maturità ormai consapevole. La droga camminava da qualche tempo tra di noi, mascherata da bella fanciulla che si dava senza problemi. Bastava ascoltare quel senso di onnipotenza che prende in certi momenti di euforia. O forse affondare in una forte delusione amorosa. Quando però la tentazione era forte, coglievo in un lampo il volto di mia madre, con quell’espressione triste, i suoi occhi muti che mi interrogavano. Anche quell’estate stavo cadendo ancora una volta in piedi. 
Venne la fine di settembre, quando il rimpianto di un’altra estate che se ne va si fa più acuto. La Festa dell’Uva era l’ultima festa,  quasi una festa pagana di addio all’estate. E quella del 1974 era stata una gran bella festa, con una sfilata di carri di rilievo, dove il livello artistico  era notevolmente elevato.
Dopo la premiazione, quando le inevitabili liti tra varie le fazioni dei carri sbollivano o si annegavano nei brindisi, era la musica  tra canti e balli a suggellare quel rito collettivo. Simone Dall’Agnol da qualche anno ci chiamava a suonare la sera della domenica alla chiusura Festa dell’uva. E quello sarebbe stato uno degli ultimi nostri concerti.
Al culmine della serata, la musica rimbalzava nella piazza  stretta tra la scuola e le case, ricolma di gente. Dopo l’intro del piano, il ritmo si fece compatto, il preludio di una celebrazione alla quale tutti erano chiamati. Quando poi Eugenio, come ad un annuncio atteso, alzò un dito verso il cielo e cantò come una proclamazione: “E’… Fes-ta Tutti per imitazione con le mani verso l’alto urlarono all’unisono E’ Fes-ta
Seguì  un breve momento di musica lenta, meditativa: “come sempre è la festa d’un leggero uccello che va”. Poi il ritmo riprese  incessante. Sotto il palco una ressa di teste  che scuotevano i capelli al ritmo della musica. La notte, ormai alle soglie del nuovo giorno, era carica di euforia e di pensieri positivi. Il domani poteva attendere ancora qualche ora.